Compie due anni oggi il protocollo Italia-Albania grazie al quale sono stati realizzati l’hotspot di Shëngjin e il centro di Gjader, operativo al momento soltanto come centro di permanenza per il rimpatrio. L’obiettivo del Governo - “esternalizzare” le frontiere e costruire un modello innovativo per la gestione dei migranti irregolari - si è rivelato più difficile del previsto, e sicuramente fallimentare rispetto alle previsioni, anche per la lunga teoria di mancate convalide dei trattenimenti decise dai giudici. Rispetto alla capienza teorica di 3mila migranti contestuali, finora, secondo il Viminale, sono transitate dalle strutture albanesi «circa un migliaio di persone» in tutto. Attualmente sono presenti circa 40 stranieri.
A Roma il 13 novembre si terrà il primo vertice Italia-Albania
Giorgia Meloni non demorde. A inizio anno, in conferenza stampa, aveva promesso: «I centri in Albania funzioneranno, dovessi passarci ogni notte da qui alla fine del Governo». La premier accoglierà di nuovo a Roma l’omologo albanese Edi Rama il 13 novembre per il primo vertice ufficiale Italia-Albania dal 2010, quando i due Paesi hanno sottoscritto la Dichiarazione di partenariato strategico. In quella occasione sarà siglato un accordo di cooperazione strategica in almeno dieci settori, dalla sanità all’immigrazione, e sarà rinnovato anche l’impegno sui centri. In attesa - questa è la speranza del Governo - che con l’entrata in vigore del nuovo Patto migrazione e asilo dell’Unione europea, da giugno 2026, i «return hub», ovvero i centri per i rimpatri nei Paesi terzi proposti nel regolamento sui rimpatri dalla Commissione Ue, possano diventare un modello per tutti.







