Il piano per i centri per i migranti in Albania, annunciato poco più di un anno fa dalla premier Meloni, è rimasto per ora un progetto incompiuto.
Grandi risorse spese, pochi rimpatri effettivi e forti contrasti politici con le pronunce dei giudici che ne hanno più volte sospeso l'operatività.
Il governo punta a rilanciarlo con il nuovo quadro normativo europeo, ma la strada resta irta di ostacoli anche se proprio oggi è arrivato il via libera dal Consiglio Ue Affari Interni alla stretta sui rimpatri degli irregolari che prevede la semplificazione e l'accelerazione delle procedure di rimpatri e consente ai Paesi membri di istituire hub negli Stati terzi. Le previsioni iniziali erano alte con tremila persone al mese da detenere, con un turnover molto accentuato, fino ad un massimo di 36mila persone l'anno. L'obiettivo era applicare le procedure accelerate di frontiera per l'esame delle domande di asilo ma dallo scorso aprile la struttura di Gjader funziona solo come Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Da allora sono transitati alcune centinaia di migranti. Anche i rimpatri sono stati limitati, poche decine quelli effettuati.
Numeri finora esigui, dunque, a fronte di programmi iniziali ben più ambiziosi nell'ambito di un progetto dal costo di quasi un miliardo di euro in 5 anni. Nel sito sono state allestite - a spese italiane - tre differenti strutture: quella più grande è un centro per richiedenti asilo da 880 posti, poi un Cpr da 144 ed un penitenziario da 20. Un hotspot è stato realizzato nel porto di Schengjin. Lì - a bordo di una nave militare italiana - dovevano arrivare i migranti intercettati nel Mediterraneo centrale. Ma tutti i trasferimenti tentati si sono rivelati un flop perchè i trattenimenti a Gjader non sono stati convalidati dai giudici del Tribunale e poi della Corte d'appello di Roma. Questo per l'impossibilità di riconoscere come Paesi sicuri ai fini del rimpatrio Stati di provenienza con l'Egitto o il Bangladesh. Ad agosto una sentenza della Corte di Giustizia europea ha stabilito che un governo può designare un Paese terzo come sicuro tramite decreto legge, ma soltanto a patto che quella scelta possa essere sottoposta al vaglio di un giudice.








