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Ultimo aggiornamento: 8:26

Johann Sebastian Bach non conosceva la parola “quantistico”, ma nelle sue fughe si respira già la logica della sovrapposizione: più voci che si inseguono, convivono, si intrecciano senza mai annullarsi. Un equilibrio perfetto che rimane sospeso fino alla risoluzione finale. È sorprendente scoprire come questo principio musicale risuoni nella scienza contemporanea. Nella meccanica quantistica, infatti, una particella può trovarsi in più stati allo stesso tempo, e un qubit, l’unità di informazione elementare dei computer quantistici, può essere contemporaneamente 0 e 1. Solo l’osservazione “decide” il risultato, come l’accordo che chiude una fuga.

Si pensi poi all’entanglement (in italiano “intreccio”), la misteriosa correlazione che lega particelle subatomiche anche a grandi distanze, facendole vibrare come se fossero una sola. Un mistero che Albert Einstein chiamava “spettrale azione a distanza”. Chiunque abbia suonato in un quartetto d’archi sa che qualcosa di simile accade anche in musica: non basta seguire lo spartito, bisogna respirare insieme, percepire i movimenti degli altri, mantenere un’intesa invisibile. È una sintonia che nasce dal silenzio condiviso, dalla capacità di cogliere sfumature impercettibili. In fondo, il quartetto e l’entanglement parlano lo stesso linguaggio: coordinazione a distanza senza fili apparenti. E ancora: in orchestra il direttore alza la bacchetta e dirige decine di strumenti, facendo in modo che nessuno entri in ritardo o copra la voce altrui. È il “processore” umano che orchestra un sistema complesso. Qualcosa di analogo accade nei computer quantistici: l’algoritmo che li governa deve mantenere la coerenza dei qubit, impedendo che il fragile equilibrio si spezzi. Non una semplice sequenza binaria, come in un computer classico, ma una sinfonia di stati sovrapposti da coordinare con precisione assoluta.