Manca solo che qualcuno cominci a dire: «Elly chi?», marcando le distanze al punto da far finta di non conoscerla. Povera Schlein, a ben vedere questo destino se l’è proprio cercato, anzi, come questo giornale racconta da mesi se l’è costruito, l’ha inseguito “testardamente” (per usare un avverbio che le è caro).

Questa atmosfera da assemblea scolastica permanente, questo “allarme per la democrazia” ripetuto due volte a settimana, questo estremismo adolescenziale e in fondo impolitico, questa drammatica incapacità di articolare una proposta politica minimamente strutturata: tutto ciò ha creato, prim’ancora della sconfitta, il sentimento della sconfitta, il pre-sentimento della batosta nel suo stesso campo.

Com’è come non è, nessuno la vede più come credibile sfidante di Giorgia Meloni nel 2027. Di più: nessuno immagina un centrosinistra seriamente competitivo. E anzi molti inclusi svariati insospettabili- preconizzano nel referendum sulla giustizia della primavera 2026 una batosta anticipatrice di quella dell’anno successivo, un evento quasi preclusivo di una sfida reale alle politiche.

Il doppio schiaffo di Romano Prodi la scorsa settimana (prima da Lilli Gruber e poi da Massimo Giannini) ha assunto un valore di sentenza di Cassazione. Il Professore ha smontato il racconto del “rischio fascismo”, ha spiegato a chiare lettere che «la sinistra ha voltato le spalle all’Italia», e ha scandito ripetutamente il fatto che non si veda un’alternativa.