C’è qualcosa di tenero nel senso di smarrimento che si è crudelmente impossessato delle guardie rosse di Elly Schlein, cioè i suoi pasdaran nel partito e nei media, a tratti intercambiabili gli uni con gli altri. Due giorni fa erano gasatissimi per la “sfida” schleiniana a Giorgia Meloni. Consiglieri politici e gazzettieri unificati erano lì tutti compiaciuti, lesti a darsi ragione gli uni con gli altri, esaltati all’idea di una Elly all’attacco in trasferta, tipo il Milan di Sacchi in pressing alto al Bernabeu di Madrid: «Vengo ad Atreju ma solo per un faccia a faccia con Giorgia». Esaltazione della curva, e giù titoli surreali sulla Meloni impaurita, sulla premier in fuga, e via sparacchiando sciocchezze autoconosolatorie.
Sappiamo bene come sia finita ventiquattr’ore dopo: con una piccola ma significativa Caporetto politica e mediatica del Pd. A Meloni è bastato un gioco da ragazzi, e cioè invitare pure Giuseppe Conte, lasciando intendere come la leadership del centrosinistra fosse (e sia) tutta da decidere, per far saltare i piani della segretaria del Nazareno. Conte ci ha ovviamente messo del suo, non parendogli vero di infliggere a Elly, senza lasciare troppe impronte digitali, un’ennesima umiliazione.






