Elly Schlein ha perso il filo dell’opposizione. Come un mediano che tenta il colpo di tacco e fa ripartire gli avversari in contropiede. Il 27 novembre la segretaria Pd aveva provato il guizzo, accettando l’invito di Fratelli d’Italia a partecipare ad Atreju ma ponendo come condizione un confronto diretto con il presidente del Consiglio. «Vengo se c’è un dibattito faccia a faccia». Ecco. Da lì è cominciata la crisetta di fine anno della leader Pd, perché Meloni ha replicato che avrebbe accettato solo un confronto a tre con la presenza del presidente M5S Giuseppe Conte: «Non c’è una leadership condivisa a sinistra, non posso deciderla io» disse Giorgia girando il coltello nella piaga del campo largo. Una risposta che ha smascherato l’errore strategico di Elly e che, probabilmente, le ha fatto perdere lucidità anche nei giorni successivi.
Perché incassato lo svantaggio, e per di più con Conte pronto ad alzare continuamente la posta nei suoi confronti, Schlein ha scimmiottato la premier incontrando 24 ore dopo Giorgia Abu Mazen, e fissato l’assemblea nazionale del Partito democratico proprio nella stessa giornata del comizio finale del premier. Un modo per riproporsi come unica e reale alternativa alla presidente di Fratelli d’Italia, ma la mossa di comunicazione si è rivelata un boomerang. Mentre Giorgia scriveva il punto esclamativo a una settimana di dibattiti e confronti a Castel Sant’Angelo che hanno messo Atreju al centro del dibattito politico, infatti, la riunione del Partito democratico si è tenuta all’Auditorium Antonianum, con i notabili del Pd laziale precettati alla vigilia per evitare troppi posti vuoti in sala. Da una parte l’ultimo atto di una kermesse da 100mila persone, dall’altra il rito stantio dell’assemblea di partito. Le correnti, la minoranza, l’astensione tattica.






