Dopo 51 anni di assoluzioni, riaperture, depistaggi e condanne, la verità sulla strage di Brescia attende ancora un ultimo processo. Che adesso potrebbe riscrivere la storia
di Massimo Pisa
Esistono piazze d’Italia dove le lancette della storia restano immote nello stesso punto da decenni. Indicano da sempre le 10.25 quelle scolpite davanti alla Stazione di Bologna dalla mattina del 2 agosto di quarantacinque anni fa, quando il boato più spaventoso del Dopoguerra fece carneficina. Tredici minuti prima, una mattina di fine maggio del 1974, sotto i portici della Loggia a Brescia saltava in aria un cestino di rifiuti, falciando otto manifestanti antifascisti e allungando una nera ombra di guerra e Ordine (Nuovo) sul Paese che da pochi giorni aveva visto trionfare i divorzisti al referendum. Un passo nel futuro contro il quale si scatenarono le forze della reazione nel modo più brutale. Si fermò anche lì, in quel minuto, in quelle parole provenienti dal palco e rimaste a mezz’aria, un tempo indefinito di dolore e di attesa di giustizia. Un’odissea che ha scollinato il mezzo secolo tra assoluzioni, riaperture, depistaggi e condanne. Resta sospeso ancora oggi, con un procedimento al Tribunale dei minori approdato a una condanna in primo grado a trent’anni, massimo della pena per chi allora ne aveva appena sedici. E un secondo processo rimasto fermo un’estate intera per – giuriamo che è tutto vero – incompatibilità coniugale. Il crisma dell’eterno assurdo italiano sulle vicende più drammatiche della nostra Repubblica.







