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Ultimo aggiornamento: 17:22
Non sembra casuale il tempismo con cui il Governo cinese annuncia l’interruzione degli aiuti pubblici alla diffusione sul mercato nazionale delle vetture elettriche e plug-in (queste ultime sono ibride con batteria di grande taglia, ricaricabile da fonte di corrente esterna) e di aver raggiunto un accordo sulla fornitura all’occidente di terre rare, indispensabili per costruire batterie.
La decisione di interrompere i sussidi statali costituisce uno spartiacque importante per la Repubblica Popolare: è una prova di maturità per il mercato delle cosiddette Nev (New energy vehicles), come vengono chiamate localmente le vetture elettrificate, che, per la prima volta da tre lustri, dovrà sostenersi da solo. E lo è anche per il business di molti costruttori cinesi, preludio di una possibile quanto inevitabile “selezione industriale naturale”.
In tempi recenti, in Europa, la Germania aveva sbagliato clamorosamente la stima di quanto il mercato delle vetture elettriche fosse pronto a stare in piedi sulle proprie gambe. Risultato? Mercato crollato e incentivi ripristinati dal 2026. In Cina, però, il contraccolpo potrebbe essere più contenuto: in primis perché il Governo facilita l’immatricolazione delle vetture elettriche rispetto a quelle tradizionali, che possono essere estremamente onerose da targare. In secondo luogo per via della maggiore diffusione delle vetture 100% elettriche – sono 7,7 milioni quelle immatricolate nel 2024, su un totale di 27 milioni di immatricolazioni di auto passeggeri – e della relativa rete di ricarica.






