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Ultimo aggiornamento: 14:06

“Ho accettato con entusiasmo perché credo profondamente che questa sia e debba essere la battaglia dei cittadini, e non possa essere la battaglia dei magistrati contro il governo: forse è il governo che vorrebbe trascinare la magistratura su questo piano”. Il costituzionalista Enrico Grosso esordisce con queste parole nel suo incarico di presidente onorario del Comitato per il No alla riforma della giustizia, presentato ufficialmente dall’Associazione nazionale magistrati in una conferenza stampa in Cassazione. Cinquantanove anni, professore universitario e avvocato penalista a Torino, scherzando coi cronisti si definisce un “grigio accademico“, ma sembra entrato facilmente nel ruolo che da qui al voto – in programma tra marzo e aprile – lo trasformerà in frontman della campagna referendaria. “Fin dall’inizio della discussione sulla riforma”, dice, “mi ha colpito la mistificazione delle parole: è stata presentata come la separazione delle carriere, ma non c’entra praticamente nulla”. La distinzione dei percorsi professionali tra giudici e pm, afferma, “è lo specchietto per le allodole dietro al quale si cela la minaccia ben più grave, quella all’autonomia e all’indipendenza della magistratura tramite il Csm, duplicato, sorteggiato, a cui verrà sottratta la funzione disciplinare”. Con un “disegno complessivo: indebolire l’indipendenza della magistratura dalla politica”.