Premessa: qui cercheremo di applicare il “davighese” a Piercamillo Davigo. Il davighese è molto più di un lessico, è una visione del mondo totalizzante (aggettivo sempre in bilico sul peggiorativo “totalitario”) che si colloca più o meno all’incrocio tra Girolamo Savonarola e Louis Antoine de Saint-Just. Un incrocio che non è un punto mediano, è all’opposto l’esasperazione del moralismo frugale del frate domenicano e del giacobinismo liquidatorio del rivoluzionario inflessibile. Questa Weltanschauung davighiana ha trovato massima espressione nell’aforisma più noto del Dottor Sottile, come da soprannome affibiato all’epoca del pool Mani Pulite per sottolineare la finezza (sostenitori) o l’acrobazia (detrattori) con cui si approcciava al diritto. «Non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti».
Una sentenza a modo suo geniale, perché agisce a monte, nega qualsiasi consistenza ontologica alla nozione di innocenza, ribalta il paradigma minimo di ogni Stato di diritto, dichiarando chiaro e tondo quel che altri giustizialisti più pettinati pensano ma trovano sconveniente esternare: esiste solo la presunzione di colpevolezza. Bene, da ieri Davigo, utilizzando il canone davighiano, non solo è colpevole come tutti noi non ancora scoperti, ma è un colpevole ancora un pizzico più scoperto. La corte d’appello di Brescia ha infatti confermato la condanna a un anno e tre mesi per l’ex presidente dell’Anm, nell’ambito del processo per rivelazione di atti coperti da segreto relativi alla vicenda della cosiddetta Loggia Ungheria. Si tratta dell’appello bis, dopo che la Cassazione aveva annullato, con rinvio a nuovo giudizio, la parte della condanna precedente che riguardava la rivelazione del segreto a terzi.











