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Ultimo aggiornamento: 14:15

“Mi immedesimo in loro, nelle famiglie. Quelle che vogliono prendersi un gelato, sono magari in cinque e non possono spendere venti euro. Qui con dieci una famiglia fa una pausa a basso prezzo. E di alta qualità”.

Giuseppe, 64 anni portati benissimo, non è uno che si dà arie. Calmo, parla piano, con una leggera timidezza. La sua gelateria, semplice, antica, senza luci “sparate” e maxi coni messi all’esterno, si trova a Roma, in un quartiere molto turistico adiacente al Colosseo, il Celio. Volendo, dunque, potrebbe fare come tutte le gelaterie aperte come funghi nella capitale negli ultimi anni, dove un cono non costa meno di 3,5 euro e spesso va ben oltre, anche 5. Qui, invece, è possibile prendere un gelato con panna con soli due euro. “I turisti non ci fanno caso, sono abituati a prezzi alti nei loro paesi, dove hanno stipendi migliori, e prendono quelli grandi. Invece gli italiani chiedono quasi sempre quello da due. Li senti commentare ‘è giusto uno spuntino dopo pranzo’, oppure ‘prendiamo piccolo se no dopo non mangi’, ma si capisce che spesso non vogliono o non possono spendere di più”.

Tenere i prezzi bassi sarebbe relativamente facile abbassando la qualità. Invece Giuseppe ci tiene a precisare che lui, il gelato, non lo fa con le bustine né con il latte il polvere. Fa vedere la macchina – “queste costano anche 15 o 20.000 euro” –, mostra il laboratorio dove il gelato viene fatto. “Compro almeno cinquanta litri di latte al mese in autunno, in primavera-estate anche ottanta a settimana. Poi ci sono le uova, lo zucchero, la panna. E purtroppo i prezzi sono cresciuti tantissimo, un tempo un litro di latte costava 70 centesimi, ora spendo 1.30”. Poi c’è l’affitto, ovviamente, l’energia e le bollette, anche mille euro al mese. “Se al gelato di due euro levo tutto questo, poi anche il costo del cono, dei tovaglioli, oppure della coppetta e del cucchiaino, anche se sono centesimi, resta poco”. Ci sono, ovviamente, anche le tasse, oltre all’1.2 per cento da pagare per ogni transazione con la carta. “Ma devi anche sperare che non ti rompa il frigorifero o una macchina”, dice Giuseppe, mostrandomi un pezzo di motore rotto.