L’eco è stata più veloce del tam tam sui social, più rapida di un flash. Anche a Udine, le sale del castello, dove fino a novembre c’è la sua personale “L’enigma della luce”, si sono spente prima. È morto Mimmo Jodice, icona della fotografia italiana e internazionale, maestro sorridente della luce, alchimista del chiaroscuro. Aveva 91 anni. Era un artista stratificato, di terra e salsedine. Proprio come la sua Napoli e come il suo quartiere, il rione Sanità. Tanto che molti lavori sono già custoditi a Capodimonte, in attesa di un’intera ala a lui dedicata.
Coi suoi scatti ha raccontato l’Italia, la bellezza, il dolore, ha coniato simboli, creato scuole. Guai a vedere l’immagine solo come viatico della realtà: un lavoro di Mimmo consegna visioni e rivelazioni. E soprattutto sperimentazioni. Altro che postproduzione: alla composizione perfetta («se la luce non è buona preferisco non scattare») si aggiunge il grande lavoro in camera oscura, dove Mimmo ricrea, aggiunge, toglie, interpreta.
Classe 1934, inizia a lavorare giovanissimo, non può permettersi gli studi. Li riprenderà più avanti: scuole serali, corsi da imbucato all’Accademia di Belle Arti. E all’Accademia tornerà, ma da docente di Fotografia, dal 1970 al 1996. Si avvicina giovanissimo all’ottava arte: la sua prima mostra dura 13 giorni: “48 fotografie di Mimmo Jodice”, dal 3 al 15 giugno del 1967, in una libreria. La accompagna un testo del critico cinematografico Antonio Napolitano. Che aveva visto giusto: “La sua opera – scrisse - sa di lunga attesa, quella bruciante e travagliata attesa che solo concede di catturare la luce giusta”. Fu proprio allora, per un refuso sulla locandina, che la sua I di Iodice divenne J.









