Mi hanno detto che anch’io, da qualche parte, sono finita in un archivio digitale di corpi inventati. Un algoritmo mi avrebbe “spogliata”. Eppure, a dirla tutta, la notizia non mi ha fatto né caldo né freddo. Non per indifferenza, ma perché il problema non è l’AI. È l’umano - la sua fame antica di guardare, possedere, consumare.
L’INTERVISTA
Spogliate dall’Ai, Maria Elena Boschi: “Violenza inaccettabile, bisogna sanzionare i consumatori”
L’intelligenza artificiale non ha inventato niente: ha solo perfezionato la pornografia che abita da sempre la nostra civiltà, anche quando finge di scandalizzarsi. Ho letto il pezzo di Michele Serra, “Nuove tecnologie, vecchia idiozia”, pubblicato su la Repubblica ieri: giusto, lucido, indignato. Ma io non riesco a indignarmi più.
L’AI non è il nuovo “binocolo magico”, come scrive lui: è lo specchio dove ci riflettiamo, e ci scopriamo uguali a sempre. Non serve più un buco della serratura: basta uno schermo. E dietro quello schermo, lo stesso occhio antico - quello che Pasolini chiamava “la fame di realtà” trasformata in merce. Solo che oggi la realtà non serve più: basta la sua simulazione. Trovo che questa ondata di indignazione pubblica sia una forma di marketing morale.












