Piace l’attenzione alla contrattazione, convince lo sforzo per sostenere la produttività, ma lascia perplessi il meccanismo che aggancia gli aumenti salariali all’introduzione di soglie. Il dubbio, soprattutto per l’imposta agevolata del 5% sugli incrementi retributivi da corrispondere ai dipendenti del settore privato al momento dei rinnovi contrattuali è che il limite di reddito a 28mila euro, a conti fatti, riduca l’intervento a un numero ristretto di lavoratori, creando disparità tra loro. «Riteniamo che nel disegno di legge di Bilancio ci siano alcuni aspetti positivi, come la tassazione agevolata sui contratti di produttività e la detassazione degli incrementi retributivi», spiega Mattia Pirulli, segretario confederale della Cisl per il Mercato del Lavoro e la Contrattazione. «Tuttavia - continua - quest’ultima misura esclude un numero consistente di lavoratori. Ad esempio quelli del commercio, perché hanno rinnovato il contratto l’anno scorso e i metalmeccanici, perché la loro soglia reddituale supera i 28mila euro. Scritta così, la norma rischia di “sostenere” anche i contratti in dumping».
I limiti temporali
Fredda l’accoglienza da parte della Cgil, perché oltre alla soglia di reddito, la norma prevede anche una finestra temporale - rinnovi del 2025 e del 2026 - che inevitabilmente innesca un effetto distorsivo tra lavoratori che hanno rinnovato prima e lavoratori che lo faranno dopo.







