Per vincere la guerra servono tempo e pazienza, scriveva Lev Tosloj in Guerra e pace. Gli europei e gli americani hanno perso l’uno e l’altra con la Russia di Vladimir Putin, per questo non resta che ricorrere alle maniere forti. A poche ore dal Consiglio europeo che ha varato il 19esimo pacchetto di sanzioni contro il Cremlino, i volenterosi ieri si sono dati appuntamento a Londra con Volodymyr Zelensky per fare il punto. Giorgia Meloni, rientrata da Bruxelles a tarda notte, ha deciso di collegarsi da casa, la villa al quartiere Eur Torrino, per dire la sua. È uno snodo decisivo per il conflitto ucraino. Dopo giorni nella tormenta il vento sembra spirare nel verso giusto, con Trump che ha finalmente deciso di impugnare l’arma delle sanzioni per mettere lo zar all’angolo del ring. Convincerlo a sfilare i guantoni per sedersi al tavolo a negoziare. «É un segnale importante, che rinsalda l’asse euro-atlantico», rimarca la premier agli alleati, ribadendo, come fatto 24 ore prima a Bruxelles, che i negoziati per arrivare a una pace giusta e duratura non possono prescindere dagli States e dal tycoon. Oltre a prendere le mosse dall'attuale linea di contatto, un punto irrinunciabile. La presidente del Consiglio ribadisce il «sostegno fermo e determinato» all'Ucraina, sia dal punto di vista militare che del supporto della popolazione civile. A Zelensky spiega di aver già avviato «una ricognizione» per dare una mano sulle infrastrutture energetiche messe a dura prova dai raid russi, come chiesto dal leader ucraino solo qualche ora prima. «Faremo il possibile per non lasciarvi al buio e al freddo», assicura. Ma Meloni ribadisce anche i suoi dubbi sull’uso degli asset di Mosca per finanziare Kiev. «Bisogna trovare il modo per supportarla economicamente - mette in chiaro - Noi ci siamo, l’Europa c’è. Ma occorre anche risolvere tutti gli aspetti legali, mettersi al riparo dai rischi». E mentre Starmer chiede di rafforzare le capacità a lungo raggio di Kiev e Macron annuncia missili antiaerei Aster e caccia Mirage in arrivo, l’agenzia Bloomberg scrive che nel 12esimo pacchetto di aiuti per Kiev a cui lavora il governo italiano ci sarebbero anche missili Samp-T. Ma i conti non tornano. Roma dispone attualmente di tre batterie funzionanti, le altre due che aveva all’attivo sono già state inviate in passato all’Ucraina. I Samp-T sono sviluppati da Roma e Parigi attraverso il consorzio europeo Eurosam. L’Italia ne starebbe ordinando altri, Samp-T di ultima generazione, ma per inviarne di nuovi di zecca a Kiev dovrebbe rinegoziare le commesse sul tavolo e dirottare le produzioni in atto. «Complicato, se non impossibile», spiegano gli addetti ai lavori. A stretto giro arriva la smentita «netta e categorica» del ministero della Difesa, che ricorda, tra le altre cose, come le forniture a Kiev siano secretate, comunicate di volta in volta al Copasir, l’organo parlamentare competente.