Stare con Pedro Sanchez, farlo diventare una sorta di grande statista e innalzarlo sul piedistallo dei socialisti dalla schiena dritta che non si piegano nemmeno di fronte ai diktat dei potenti d’Oltreoceano è un esercizio pericoloso che la sinistra italiana non ha ancora smesso di praticare. Se c’è infatti un voltagabbana di professione, un campione dell’arte di rimanere in sella a ogni costo, “el arte de no despeinarse” come sarebbe più consono dire del personaggio spesso paragonato a un manichino del Corte Inglés, questo appunto è il premier spagnolo.
L’ultimo esempio della sua innata attitudine involontariamente raccontata dallo stesso in un memorabile libro edito nel 2019 dal titolo “Manual de resistencia”, è il silenzioso dietrofront sulle armi, immediatamente dopo la bordata d’Oltreoceano, cioè del presidente americano Donald Trump, secondo cui la Spagna potrebbe anche rischiare di essere sbattuta fuori dalla Nato se non si allinea a tutti gli altri Paesi dell’Alleanza. Si tratta in realtà del terzo voltafaccia di Sanchez sulla questione. Il primo al termine del vertice del giugno scorso all’Aja quando, nonostante avesse orgogliosamente dichiarato che il welfare viene prima e che la Spagna avrebbe contenuto la spesa della difesa al 2% del Pil, ha firmato il documento finale che innalzava per tutti tale quota al 5%. Il secondo quando nonostante tale firma non è seguita alcuna mossa concreta. Il terzo appunto dopo la strigliata del presidente americano. Per rispettare però il bilancio già approvato, e soprattutto per non urtare la suscettibilità degli alleati di governo e dei suoi fan all’estero, come Elly Schlein, Pedro sta facendo le cose alla sua maniera, con giochetti di prestigio, con prestiti da un ministero all’altro e con l’approvazione degli stanziamenti militari tra una dibattito sui diritti sociali e uno sull’aborto.






