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L'imprenditore bengalese si pente e chiede di patteggiare la pena, i legali dei funzionari inguaiati dalle indagini partite dalla denuncia di Di Giuseppe (Fdi) alla Gdf si difendono: "Intercettazioni inutilizzabili"
Mazzette alla Farnesina per visti e falsi permessi di lavoro. Nei giorni scorsi si è tenuta la seconda udienza del processo a carico dell’imprenditore bengalese Islam Nazrul, proprietario di un ristorante a Roma, e del suo collaboratore Kazi Shamin. Alla sbarra ci sono anche due funzionari della Farnesina - che si proclamano innocenti - accusati di aver favorito un mercato dei visti tra l’Italia e l’ambasciata italiana in Bangladesh». L’udienza si è resa necessaria per riformulare i capi d’accusa contro Nazrul e Shamin, che si sono auto accusati, ammettendo di aver provato anche a corrompere il parlamentare Fdi eletto all’Estero Andrea di Giuseppe (rappresentato dall’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro) «colpevole» ai loro occhi di aver scoperto e denunciato il mercato dei visti, tanto da essere ammesso come parte civile nel procedimento.






