Mangiare o non mangiare le conserve fatte in casa? Dipende da chi le fa. E sempre consapevoli del rischio di botulismo. La pensa così la maggior parte dei lettori che ha votato il nostro sondaggio "Conserve fatte in casa, ti fidi o no?". I voti, oltre mille, si sono così espressi: il 57 per cento dice sì agli alimenti in vasetto ma a patto che la la persona che li ha realizzati abbia seguito tutte le regole di sicurezza e di igiene; il 30 per cento non si fida, contro un 13 per cento che invece li gradisce, ritenendoli più genuini dei prodotti industriali.
A Flourish chart
(Il sondaggio, aperto il 18 settembre e chiuso il 23 ottobre, ha ottenuto 1076 voti)
Un po' di storia
Peperoni, melanzane, funghi, olive, ma anche tonno sott’olio, salsicce, patè e pasticci di carne: l'usanza di mettere in un barattolo questi alimenti per poterli mangiare più avanti nel tempo è diffusa in tutte le regioni italiane e ha una lunga tradizione alle spalle. Il cuoco imperiale Gabrio Apicio, nato nel I secolo avanti Cristo, nel suo “De re conquinaria”, descriveva la conservazione della carne con miele, aceto, sale e mostarda; mentre Rutilio Tauro Emiliano Palladio, agronomo romano del IV secolo dopo Cristo, raccomandava di conservare le olive facendone strati compatti ricoperti di miele, aceto e sale. Per l’applicazione del primo trattamento termico alla conservazione degli alimenti bisognerà aspettare Nicolas Appert che poi la descriverà, nel 1810, nel suo“ Livre de tous les menage ou l’art de conserver pendant plusierus années toutel les substances animale et végétales”.







