La finanziaria 2026 spinge nella direzione della fasce più deboli e punta a raggiungere tre obiettivi primari: crescita del Pil oltre l’1,2%, riduzione del divario tra potere di acquisto e salari, rilancio dei consumi, in modo da ridare fiato alla marcata debolezza del settore manifatturiero. Una manifattura che paga lo scotto di essere più costosa, meno profittevole e in forte ritardo in termini di innovazione tecnologica e preparazione degli addetti.
Tutti elementi che sommati portano ad offerta, interna e sui mercati internazionali, in affanno, nonostante il prestigio del Made in Italy e la forte capacità dei nostri imprenditori di collocare i prodotti in ogni dove nel globo.
Il recupero di competitività non può che avvenire attraverso gli investimenti in ricerca e sviluppo che si possono realizzare con l’innovazione tecnologica. Purtroppo dimensioni, scarso capitale proprio e sovente inefficienze manageriali, spingono a peggiorare la capacità di reggere le difficoltà che, da aprile in poi, sono aggravate dai dazi Trumpiani e da un cambio col dollaro così debole da avere perso, da inizio anno, oltre 12 punti sull’euro.
L’assestamento del cambio dovrebbe attestarsi sull’euro a 1,15, troppo alto per reggere insieme cambio e dazi. Difficile ritenere qualunque supporto pubblico, se non di molte decine di miliardi di euro, in grado di ridare impulso all’industria italiana. Serve allora più che finanziare, visto le modeste possibilità, alleggerire le condizioni che rendono debole il sistema produttivo.






