Resta ancora la libertà religiosa il diritto anche politico, cioè di espressione pubblica, maggiormente calpestato al mondo. Lo documenta, una volta in più, il Rapporto che ogni due anni stila la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, giunto alla 27esima edizione. Il quadro è agghiacciante. Dei 196 Paesi del mondo analizzati con rigore (uno in più di quelli riconosciuti internazionalmente come sovrani), 62 risultano segnati da violazioni gravi, suddivisi in due categorie: i Paesi dove la persecuzione è aperta e violenta, 24, e i Paesi dove la fede è discriminata, 38. La freddezza delle statistiche stenta però a dare il senso di un quadro a dir poco agghiacciante: perché sono ben i due terzi dell’umanità a vivere in contesti quotidiani dove professare una determinata fede religiosa, e talvolta semplicemente avere una fede, procura guai, violenze e persino morte a uomini, donne e sì, anche bambini. Una cifra astronomica: 5,4 miliardi di persone.
I volti della persecuzione sono molteplici. Il primato spetta ai regimi dispotici e totalitari, dove le espressioni anche comunitarie della fede, di qualsiasi fede, sono considerate motivo di disordine sociale da debellare, bollate come terrorismo. La Cina comunista ne è l’esempio più rotondo, ma non da meno sono la repubblica islamica dell’Iran, il Nicaragua altrettanto comunista e l’Eritrea quasi. In 19 dei 24 Paesi dell’aperta persecuzione contro la religione e in 33 dei 38 dove le fedi vengono discriminate sono infatti i governi i carnefici principali.











