Dalla tragedia personale all’impegno sociale: Paolo Picchio racconta in un libro la storia della figlia Carolina e il lavoro quotidiano contro il bullismo in rete, tra scuole, ascolto e educazione emotiva.
di Giulia Mattioli
Era il 2013 quando il volto di una ragazza dai lunghi capelli castani cominciò ad apparire ovunque, nei telegiornali, sui maxischermi televisivi, nelle pagine dei quotidiani e sulle bacheche social. Non tutti ricordano il suo nome, Carolina, ma è difficile dimenticare quelle foto: la leggerezza di un selfie, l’innocenza dei quattordici anni. La sua morte, avvenuta per suicidio compiuto dopo settimane di umiliazioni online, scosse fortemente l’opinione pubblica e aprì per la prima volta un dibattito nazionale sul cyberbullismo. A raccontare oggi quella vicenda è suo padre, Paolo Picchio, nel libro Le parole fanno più male delle botte (DeAgostini). Non è il diario di un lutto, ma il racconto di un cammino che dal dolore conduce all’impegno: quello di aiutare ragazze e ragazzi come Carolina, ma anche chi si ritrova nel ruolo del bullo, spesso altrettanto fragile e smarrito.
Attraverso la Fondazione Carolina e il Centro Re.Te, Picchio ha trasformato la perdita in un progetto concreto: percorsi di sostegno psicologico, rieducazione e formazione rivolti a giovani, scuole e famiglie. Il libro ricostruisce questo percorso, a partire dalla notte in cui i carabinieri bussarono alla sua porta per chiedergli dove si trovasse sua figlia.






