“Sembrava non esserci fine alla proliferazione di prelibatezze italiane. Arancine fritte, cannoli e spritz Aperol fluorescenti si riversavano sulle tovaglie a quadretti rossi e verdi dei 31 ristoranti stipati in un'unica via di Palermo, deliziando una folla poliglotta ed estatica”. Inizia così un articolo pubblicato dal New York Times sulla foodification dell’Italia. Il tutto visto dalla Sicilia e attraverso un lucido e particolareggiato reportage sulla realtà di Palermo, firmato da Emma Bubola e presentato da un titolo tagliente: “Spritz e carbonara hanno mangiato l’Italia”.
Il racconto parte da via Maqueda, la via dei trentuno ristoranti, dove gli spritz scorrono come reliquie di un rito e le arancine si moltiplicano con la regolarità di un algoritmo. Il sindaco Roberto Lagalla, intervistato, spiega come abbia provato a porre un limite al fenomeno, bloccando per un anno le nuove aperture. “Troppo zucchero, rovina il caffè” dice il primo cittadino, sottolineando come il suo provvedimento voglia limitare il rischio che la sua città diventi un “villaggio del cibo”. Ma il problema è veramente Palermo, o via Maqueda? O oramai il cibo, come suggerisce l’articolo del New York Times, è diventato solo immagine e alcuni capisaldi della nostra tradizione e cultura gastronomica (la carbonara del titolo, ma nell’articolo sono citate anche le nonne che fanno la sfoglia fatta a mano, ndr) un set fotografico?








