«C’è una parte non trascurabile di violenze sulle donne che sfugge alle rilevazioni dei pronto soccorso degli ospedali». A parlare così è Daniele Radicioni, il docente di informatica dell’Università di Torino che, grazie a un software capace di passare al setaccio una quantità colossale di referti – 150 mila provenienti dall’Istituto superiore di sanità e 370 mila dall’Ospedale Mauriziano del capoluogo piemontese – ha individuato il numero di violenze domestiche non evidenziate come tali dai colloqui al pronto soccorso: 2.100 solo a Torino nel decennio 2015-2024. Perché questi casi sono rimasti nell’ombra?«C’è reticenza a raccontare per la paura di quello che aspetta a casa queste donne nel caso rivelino l’origine delle lesioni, ci sono storie di dipendenza da sostanze o alcol, c’è la dipendenza economica dal partner per cui una donna non saprebbe dove andare. Ma la violenza avviene anche in contesti insospettabili, dove non ci sono condizioni economiche difficili». Da cosa è partita la ricerca alla base del progetto?«L’emergenza femminicidi è talmente grave da giustificare un lavoro focalizzato fortemente sulla casistica registrata nei pronto soccorso. Gli accessi a questi servizi in conseguenza di una violenza sono predittori di eventi letali, dato che la grande maggioranza delle donne che vengono uccise molto spesso sono rimaste vittime precedentemente di aggressioni che le hanno portate al pronto soccorso. Si tratta quindi di fornire un sistema di supporto agli operatori e alle operatrici che sia in grado di far scattare degli "alert” quando ci sono gli indicatori di una violenza».