«Inverno demografico? È un termine che non amo, lo trovo troppo drammatico. Come se fosse un fenomeno improvviso, quando invece è iniziato ormai tanto tempo fa». Chiara Saraceno, sociologa e filosofa, è professoressa emerita all’Università di Torino, specializzata nelle dinamiche della famiglia, della povertà e delle differenze di genere.
Professoressa, c’erano i segnali?
«Certo, era prevedibile guardando ai comportamenti demografici dalla mia generazione in giù (ed io ho oltre 80 anni). Il calo non è apparso un giorno e tanto meno è colpa dei giovani. Il problema è che sono pochi: la questione grossa e drammatica, almeno numericamente, è il fatto che anche se facessero quel famoso figlio in più prima di compensare le perdite pregresse ci vorrebbero successive e successive coorti. Ma non solo».
Che altro?
«I giovani di oggi sono quelli messi peggio dal punto di vista delle possibilità. E in parte perché è cambiato il loro modo di pensare, soprattutto delle donne: anche coloro che ritengono importantissima la maternità, non vogliono essere solo mamme. Ma non è un fatto di egoismo, è sbagliata la narrazione prevalente dei ragazzi nullafacenti a cui piace la bella vita. Il modo di pensare è cambiato già da un po’: coloro che oggi sono in età riproduttiva sono figli e nipoti del cambiamento culturale partito già loro genitori e nonni».









