Jean-Michel Folon è morto ieri a Montecarlo, all’età di settantun anni. Era malato di leucemia. L’artista belga, nato vicino a Bruxelles, è stato di scena a Firenze in una mostra che si è chiusa il 2 ottobre. Un mese prima, gli era stato chiesto un “autoritratto” che Folon ha regalato agli Uffizi e ora si trova nel corridoio vasariano insieme a grandi come Chagall, Delacroix, Morandi. Due anni fa, Folon era stato nominato ambasciatore dell’Unicef.
Jean-Michel Folon ci lascia il suo universo leggerissimo e profondo, un mondo “altro” a tratti inquieto, i suoi teneri arcobaleni, un desiderio infinito di voli immaginari, animali malinconici e solitari, una folla di omini qualunque, forse allegri forse angosciati, quasi sempre tra le nuvole, stralunati hommes moyennes - per dirla con uno scrittore che l’artista belga (come Magritte) ha conosciuto e amato molto: Georges Simenon. Ci lascia i suoi segni un po’ sghembi, i delicatissimi acquarelli, le città blu, i pastelli sfumati, le sue sculture che spesso guardano verso il cielo, in un bisogno vitale - incontenibile - di spazio e di luce. Ci lascia un ottimismo radicale come lotta quotidiana contro i pessimismi di maniera, come sistematica fuga dalla volgarità e dalla disperazione. Una futilità necessaria, una purezza e un candore che non sono naiveté, ma capacità di dare forma alle emozioni e ai pensieri, quel suo modo singolare di attraversare la vita con lo sguardo limpido di un poeta. O forse anche di un bambino, ma di un bambino eterno che ha spalancato qualche finestra perché un po’ d0’aria entrasse nella testa della gente.






