Parigi
Una straordinaria mostra racconta - al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, fino alla metà di marzo; coordinata da Suzanne Pagé - l’opera e la vita di Alberto Giacometti (1901-1966), uno dei maggiori scultori del nostro secolo. Semplici, lineari, disadorne, quell’opera e quella vita; segnata, la prima, da poche, ritornanti ossessioni - il volto, lo spazio, il silenzio e la distanza che avvolgono l’epifania del reale -, nei vent’anni della sua tesa maturità, dal '46 all’anno della morte. E la vita, chiusa anch’essa in poche autentiche cose, che a ridirle suonano vicine alla retorica, e furono invece, per lui, solo verità: Annetta, la madre, custode delle sue radici nella valle alpina - una valle di lingua italiana, la Val Bregaglia, nel cantone svizzero dei Grigioni - dove era nato, e dove ritornò regolarmente lungo tutto il corso della vita. Diego, il fratello, con cui spartiva il lavoro quotidiano, e che ebbe sempre per compagno e per primo modello. Annette, la moglie, che portava per strano destino lo stesso nome della madre. L’atelier di rue Maindron, infine, che gli parve, occupandolo da giovane, angusto e provvisorio, e che rimarrà invece il luogo esclusivo del suo lavoro, sembrandogli di giorno in giorno sempre più vasto, e irrinunciabile.






