Io fossi in te andrei a visitare la Georgia, lo Stato affacciato sul Mar Nero». La professoressa del liceo alla quale chi scrive era più affezionato, il suo “oltre” l’aveva immaginato così. Come quel posto sconosciuto che però, a suo dire, valeva sicuramente la pena andare a conoscere. Un ricordo fatale, le ultime parole di una persona carissima, capaci di lasciare il segno. Quasi un testamento.

Esperienze simili rappresentano la prova principe del fatto che Antonio Polito, col suo nuovo libro appena uscito per Mondadori, abbia davvero ragione. Si intitola Qualcosa di noi resterà. Come sopravvivere alla morte (Mondadori, pp. 168, euro 18,50) il saggio in cui il giornalista, editorialista del Corriere della Sera, ci conduce per mano in un mondo variegato di riflessioni sul tema ferale del trapasso. Eppure, nonostante l’autore stesso, alla vigilia dei 70 anni, manifesti per primo una certa angoscia anagrafica che, a suo dire, l’avrebbe spinto a fare il punto sulla complessa e decisamente vexata quaestio, il libro - pur risultando di fatto e in tutti i sensi antiepicureo - si rende lo stesso godibile, tanto da lasciarsi leggere in maniera addirittura agile. Il merito di tutto ciò è indubbiamente dell’autore. Cronista di razza, maestro nel raccontare bene, mantenendo la giusta distanza dai fatti, come pure, da abile analista e polemista sopraffino, capace di andare a fondo ai problemi, senza perdere la levità di un volo alto che non scade mai nella magniloquenza.