È caccia al reperto, che potrebbe contenere la “firma” degli autori dell’attentato. I carabinieri del Raggruppamento investigazioni scientifiche (Ris) sono al lavoro sui resti dell’ordigno rudimentale che giovedì sera ha semidistrutto le due auto del giornalista della Rai Sigfrido Ranucci, davanti alla sua abitazione a Campo Ascolano, sul litorale a sud di Roma. Obiettivo degli investigatori dell’Arma è analizzare il tipo di esplosivo utilizzato, un chilogrammo di polvere da sparo compressa per stringere la morsa sui responsabili del gesto, con tutta probabilità “soggetti autoctoni” che hanno agito conoscendo gli spostamenti e i tragitti del giornalista.

L’attenzione degli inquirenti è indirizzata anche verso l’individuazione della persona incappucciata, indicata da un testimone, che si sarebbe allontanata poco prima dell’esplosione in direzione degli alberi, forse atteso da un complice. Per questo i militari dell’Arma sono anche alla ricerca di eventuali telecamere (ieri nuovo sopralluogo). L’ordigno esploso alle 22,17, secondo una prima ricostruzione, è stato lasciato con la miccia accesa tra due vasi all’esterno della villetta. Chi ha posizionato il materiale conosceva dunque gli spostamenti del giornalista di Report, rientrato proprio giovedì nella sua abitazione. Al momento l’ipotesi più battuta dagli investigatori è che si sia trattato di un attentato su commissione, magari ad opera della malavita locale. Ma nulla viene lasciato al caso, neanche la denuncia dello stesso Ranucci di aver ricevuto una minaccia via mail dopo le inchieste sugli annidi piombo, nello specifico gli omicidi di Piersanti Mattarella e Aldo Moro: «Se continui a dare notizie su Moro ti ammazziamo». Fin dalle prime ore Ranucci ha delineato con gli inquirenti quattro o cinque tracce definite «importanti» e che «riconducono sempre agli stessi ambiti». Elementi legati alle minacce ricevute in passato per le inchieste mandate in onda dalla trasmissione. Con chi indaga - i carabinieri del Nucleo investigativo di Frascati coordinati magistrati dell’Antimafia di Roma - Ranucci non ha neanche escluso che quanto avvenuto possa essere una sorta di avvertimento, una intimidazione preventiva, per servizi ancora non trasmessi.