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Nel maggio del 1989 Lothar Matthäus decise il match di San Siro con un calcio di punizione monumentale, sotto gli occhi costernati del Pibe de Oro. Un piazzato che l'ha consegnato all'eterno amore interista
C’è un giorno, inciso nel cuore della primavera del 1989, in cui l’Inter smette di inseguire e piazza i gomiti in cima alla piramide del calcio italiano. È il 28 maggio, stadio di San Siro, penultima giornata di campionato. Da una parte Diego Armando Maradona, campione d’Italia uscente, signore di un calcio vissuto come fede e rivolta ai dogmi, perché sa come piegare le leggi della fisica al suo volere. Dall’altra, l’Inter di Giovanni Trapattoni, un’armata che non concede tregua. Scintillano i nomi di Brehme, Ramon Diaz, Serena, ma soprattutto il suo, quello di Lothar Matthäus, il generale che guida tutti quanti con classe e impeto furenti.
Quella stagione l’Inter è quanto di più simile a un blocco di granito che avanza. Un ecosistema calcistico inappuntabile: Zenga para tutto, Bergomi e Ferri chiudono ogni pertugio, Berti corre come se non dovesse mai fermarsi. E in mezzo, Matthäus governa. Dettando il tempo, la misura, il ritmo della contesa. Trapattoni lo ha preteso come l’uomo delle grandi battaglie, quello che deve cambiare il passo di una squadra stanca di lambire soltanto la gloria.






