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Il 22 maggio 1996 la squadra di Marcello Lippi piegava ai rigori i lancieri e conquistava l’Europa. Un trionfo archeologico seguito da un’ossessionante amarezza
Scende su Roma la sera del 22 maggio 1996. L’aria si addensa, satura di un’attesa che taglia a fette lo stadio Olimpico: è Juventus contro Ajax, la finale di Champions. I bianconeri di Marcello Lippi si presentano come un dispositivo bellico di precisione assoluta, pronti a sfidare i temibili lancieri di Louis van Gaal, quel laboratorio di estetica calcistica che impera sul continente calcistico con la forza della sua gioventù. È lo scontro tra due mondi: la ferocia tattica italiana contro la geometria variabile olandese.
Al fischio d’inizio si dissemina un’energia cinetica spaventosa. La Juve addenta il campo, presidia ogni centimetro, sottrae il respiro ai maestri di Amsterdam. È un pressing asfissiante, che si traduce in comando. Vialli guida la carica con il carisma del veterano, Del Piero - che ha trascinato la squadra alla finale disputando un’annata calcistica irreale - inventa traiettorie, Sousa governa il centrocampo con un’autorità regale. Sono le premesse giuste per il gol, che arriva al dodicesimo minuto: Ravanelli approfitta di un’esitazione difensiva, s’avventa sulla palla e, da una posizione che sfida le leggi della fisica, trova la rete. Il vantaggio è il premio per una superiorità evidente, per un appetito che sembra inesauribile.






