Sgombriamo subito il campo dalle semplificazioni giornalistiche e dalle mistificazioni della sinistra populista e anticapitalista, che non da oggi tenta di raggranellare consensi solleticando l’eterna propensione delle classi sociali meno abbienti all’insopprimibile sentimento dell’invidia sociale. In un’economia di mercato, i profitti ottenuti rispettando le regole e pagando le tasse non sono mai extra. Dove l’extra solitamente sta per illegittimo, ingiusto o indecente. I guadagni di un’impresa sono il motore dell’economia, dello sviluppo e del benessere. Detto questo, è difficile negare che le banche, impegnate in queste ore in una trattativa col governo per dare una mano sulle coperture della legge di bilancio, come auspicato e proposto fin dall’inizio dalla Lega, negli ultimi anni abbiano fatto soldi a palate. Secondo i calcoli effettuati dalla Fabi, il principale sindacato dei bancari guidato da Lando Maria Sileoni (che ha suggerito di non parlare di tassa sugli extraprofitti, dicendosi convinto che le banche non faranno mancare il loro apporto), rispetto ai 15,7 miliardi del 2019, anno precovid su cui fare riferimento, gli utili desaliti alle stelle perché non c’era altro su cui fare leva.