Quando Christian Fennesz pubblicò Venice, nel 2004, la musica digitale era ancora un concetto relativamente nuovo. Il computer cominciava a essere considerato uno strumento, il software uno spazio di esplorazione, la tecnologia sembrava aprire possibilità infinite. “Questo disco aveva senso allora per com’era fatto allora; oggi naturalmente ha un impatto diverso”, riflette il musicista austriaco. “Dal punto di vista per così dire politico era dirompente, perché rimandava a un tipo di ascolto diverso, a un’estetica (il glitch, ndr) del tutto nuova. Vent’anni dopo il suo aspetto rivoluzionario è meno rilevante, perché alcune di quelle idee e di quei suoni fanno parte della musica che si ascolta tutti i giorni”.

Non tutti i giorni, in realtà, capita di ascoltare 60 minuti di rumori, fruscii, echi, amalgamati in un mondo sonoro che pare monolitico e invece rivela una sorprendente varietà di forme: l’acqua, le campane, forse delle voci, a disegnare un ritratto acustico di Venezia originale oggi come vent’anni fa. “Quando ho composto Venice vivevo dalle parti di via Garibaldi. Ci sono rimasto qualche settimana, ospite nell’appartamento di un amico. Ho raccolto i suoni della città e cominciato a improvvisare con la chitarra e gli effetti vari”, spiega Fennesz. Ospite della Biennale Musica diretta da Caterina Barbieri, a Venezia ha eseguito dal vivo Venice Revisited, una versione ricreata del suo album. “Il suono della città non è cambiato molto: ci sono sempre le onde, i vicoli, dove le voci si confondono, ma anche spazi silenziosi. Però sono cambiato io, sono più vecchio, lavoro in modo diverso, con strumenti diversi. Così oggi quello che faccio è sovrapporre passato e presente”.