In una Biennale Musica piena di sorprese, William Basinski è una sorpresa. E non tanto per la sua musica, anche se The Garden Of Brokenness è stata uno dei punti più alti di questa edizione, quanto per la sua personalità, la sua ironia, la sua intelligenza. Così la nostra conversazione inizia con il maestro americano dell’ambient che in una sala vuota intona What Can I Say After I Say I’m Sorry?, standard jazz reso famoso da Ella Fitzgerald. Capelli lunghi, pantaloni in pelle, occhiali anni Settanta, più rockstar delle vere rockstar, dopo due minuti chiede: “Allora, so cantare?”.
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Ritratto dell’artista da giovane
E sì, sa anche cantare. Ma non è questo il “cambio di paradigma” di cui ha parlato dopo la sua esibizione a Venezia. “Ci è voluto molto tempo prima che la gente capisse davvero cosa facevo. Negli anni Ottanta le case discografiche non erano interessate alla mia musica. Cercavo di suonare sfruttando i miei contatti nell’ambiente artistico di New York: conoscevo persone come Annie Philbin e Marcia Tucker del New Museum”. Con un pizzico di perfidia, racconta che “Annie, allora, lavorava come cameriera al Bottom Line, poi è diventata una figura importante nel mondo dell’arte contemporanea. Fu lei a presentarmi la sua compagna, Gretchen Langheld, una sassofonista straordinaria. Per una decina di anni abbiamo fatto parte di una band tra avanguardia e jazz latino, e abbiamo persino suonato con Debbie Harry, tra la fine dei Blondie e il debutto da solista. Ricordo un San Valentino in un locale elegante di New York: alle prove Debbie arrivò in jeans e maglietta, senza trucco, poi la sera del concerto era vestita come Marilyn Monroe, incredibile. Sono stati anni magici. Dovrei davvero scrivere un libro su quel periodo”.






