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Ultimo aggiornamento: 7:30
di Claudia De Martino
Dopo il giubilo e l’euforia per il cessate-il-fuoco di lunedì, il tanto atteso ritorno degli ostaggi e la liberazione dei 1968 prigionieri palestinesi, l’allegria scemerà rapidamente. Gaza si ritroverà un campo sterminato di macerie, un luogo invivibile, malsano e pieno di mine inesplose, come denunciato da tutti gli ultimi rapporti dell’Onu. Quello che non avranno finito di devastare gli israeliani, lo farà Hamas con i suoi regolamenti di conti interni tra bande rivali, in un Paese senza ormai legge che attende l’arrivo di un “consiglio di pace” composto da tecnocrati stranieri e businessman internazionali come proprio nuovo governo.
La Cisgiordania, per cui la “guerra” a bassa intensità non è mai finita, continuerà ad essere erosa pezzo per pezzo attraverso la continua costruzione di nuovi insediamenti ormai del tutto sdoganati dall’Amministrazione delle colonie, creata dal Ministro Smotrich nel febbraio 2023. Il segnale che Netanyahu ha inviato al fronte interno, non partecipando al vertice di pace a Sharm el-Sheikh con il mondo arabo, è infatti chiaro: Israele è stato costretto a fermare la guerra, ma non ha cambiato idea sul futuro dei Palestinesi, anzi: poiché Gaza è stata sottratta alla colonizzazione, il governo troverà compensazione sulla sponda protesa verso il Giordano, su cui il patto di Trump volutamente tace.








