Trump avverte: «Israele tornerà a combattere a Gaza non appena lo dirò io se Hamas non rispetterà l’accordo». A far vacillare la tregua c’è il nodo della restituzione dei cadaveri degli ostaggi. Il sergente maggiore Tamir Nimrodi aveva appena 18 anni. Uriel Baruch, trentacinquenne e padre di due figli, era al festival di Supernova. Eitan Levy, 53 anni, era un tassista molto legato alla sua famiglia. Sono i nomi di tre dei corpi consegnati martedì da Hamas a Israele. Un quarto corpo in realtà apparteneva a un palestinese, ma Tel Aviv ha fatto sapere ai media che probabilmente si è trattato di un errore, non di una provocazione. Secondo il Jerusalem Post era di un palestinese che aveva aiutato l’Idf a individuare i tunnel di Hamas.

Anche Israele sta consegnando i cadaveri di molti abitanti di Gaza uccisi: ne ha affidati altri 45 al Comitato internazionale della Croce Rossa, per un totale di 90. Ma in questa drammatica operazione di scambio delle salme si sta manifestando, forse per colpa di nessuno, una differenza nella considerazione del valore della vita umana: sull’identità dei cadaveri degli ostaggi israeliani c’è costante attenzione, si raccontano le storie e il terribile dolore delle loro famiglie. Dei corpi dei palestinesi, certamente non solo miliziani di Hamas ma anche tanti civili, si citano solo i numeri. Non hanno un volto. È avvenuto in fondo lo stesso con gli ostaggi israeliani liberati, di cui è stata raccontata l’immane sofferenza e la successiva gioia dei familiari, rispetto a una semplice contabilità per i prigionieri palestinesi scarcerati: una parte aveva commesso terribili crimini, ma molti erano nelle carceri israeliane senza ancora essere stati processati. Hamas, nella prima fase dell’accordo, si era impegnata a consegnare tutte le salme dei 28 ostaggi morti. Ancora non lo ha fatto. Ieri sera, alle 21, ne sono stati restituiti altri 2, che considerando i 7 del giorno prima (non 8 perché uno era, come detto, palestinese), significa che ne mancano all’appello 19.