Quanto può essere buono un piatto di pasta, nessuno lo sa come noi italiani. Da un po’ di tempo, evviva, si usa anche preoccuparsi di verificare tutto quello che entra nel concetto di sostenibilità, con massima attenzione alle modalità di coltivazione delle materie prime, e con un ultimo sguardo severo alla fase di produzione. Eataly ha lanciato un progetto per andare oltre, come dicono i responsabili. Si tratta di Eataly alla Radice, coinvolge coltivatori, produttori, studiosi ed enti internazionali. E comincia proprio dalla pasta, in vendita da oggi in tutti gli store Eataly e dal 25 ottobre, per il World Pasta Day, anche nei menu dei loro ristoranti.

Andiamo con ordine. Si decide di “costruire un modello di filiera tracciata e trasparente, a beneficio dei nostri clienti e dei produttori con i quali collaboriamo”, spiega il Ceo di Eataly Group, Andrea Cipolloni. Si coinvolgono l’Università di Palermo e Slow Food Italia per il coordinamento scientifico, e il Rina per le verifiche (Rina è un organismo internazionale di certificazione, che opera in oltre settanta Paesi).

Si parte dall’idea che il biologico è una gran bella cosa, ma non basta. Che il grano cento per cento italiano è fantastico, ma Eataly vuole di più. E così si stende, punto per punto, un disciplinare tecnico che stabilisce quali (alti) requisiti devono avere il grano, la semola, il lavoro del coltivatore, quello del mulino e quello del pastaio, per poter dare vita ai prodotti con marchio Eataly alla Radice. “Il Rina”, spiega Simona Gullace, capo del Food Product Management dell’ente, “ha verificato che il disciplinare fosse applicabile, che i parametri fossero valutabili, e infine che i soggetti coinvolti nel processo di produzione fossero all’altezza dei parametri scelti. Le verifiche sono annuali, su un piano triennale”.