Il compianto Hans Rosling, in Factfulness, ha mostrato con i dati che la stragrande maggioranza delle persone in Occidente – e ancor più tra le élite culturali e mediatiche – non ha idea di come sia davvero il mondo. Nei suoi test, ministri, giornalisti e accademici rispondevano convinti che il pianeta fosse più povero, più violento e più disperato di quanto non sia. Non era ignoranza, ma una conoscenza attivamente sbagliata, ferma alle nozioni di mezzo secolo fa: l’Africa come fame, l’Asia come miseria, l’America Latina come instabilità. Da questa distorsione nasce gran parte del pessimismo occidentale contemporaneo, quello che porta a considerare la nostra civiltà un errore da superare. L’articolo di Baricco pubblicato da Repubblica - “L’addio al Novecento dei ragazzi nelle piazze” - è un esempio evidente di questa conoscenza distorta.
Per prima cosa il Novecento non è il secolo della fine dell’Occidente, ma della sua massima affermazione. Durante la seconda metà di quel secolo si è registrato il picco del più grande arricchimento materiale e morale della storia umana. Come ha spiegato l’economista Deirdre McCloskey, il “Grande Arricchimento” iniziato nell’Ottocento è stato determinato da un cambiamento culturale: la borghesia occidentale imparò a raccontare il valore dell’individuo e della libertà, e da quel pensiero nacque la prosperità. Non solo per europei e americani: anche il cosiddetto “terzo mondo” è cresciuto importando cultura e tecnologie occidentali – il diritto, la medicina, l’istruzione – diventando più libero e più ricco. Per questo è un errore pensare, come fa Baricco, che la rivoluzione digitale rappresenti una civiltà “post-occidentale”. Internet non è un’alternativa alla nostra cultura: ne è la più pura espressione. Nasce dalla cultura angloamericana della Silicon Valley, dalla tradizione liberale che ha reso possibile innovare senza chiedere permesso.






