UDINE - Il corteo, quello "buono" e pacifico, era partito da piazza della Repubblica in leggero ritardo sulla tabella di marcia rispetto all'orario delle 17.30. A vigilare con fermezza sullo svolgimento della manifestazione (che, difatti, pacifica sarà fino alla fine, quando un gruppo sceglierà autonomamente di "rompere" le righe per puntare allo stadio) un servizio d'ordine interno con una cinquantina di persone, pronte ad aiutare in caso di necessità.
Troneggiano le bandiere, enormi, che avvolgono tutta la piazza, e una statua della giustizia con un cartellino rosso rivolto a Israele, costruita da Tommaso Pascutti. C'è gente che suona e che balla. La città, intanto, ha iniziato a chiudersi a poco a poco: lungo i circa 2 chilometri del tragitto, si troveranno pochissime attività aperte, fatta eccezione per i negozi etnici di via Roma e dintorni. La sede della Lega di via Aquileia è stata sigillata. Alla fine, dopo l'arrivo in piazza Primo maggio, con lo striscione che riporta i nomi delle vittime, il comitato per la Palestina dirà che «per noi, siamo in quindicimila». Ma il primo conteggio delle forze dell'ordine è dell'ordine degli ottomila, massimo novemila manifestanti. La manifestazione, fino all'epilogo da guerriglia urbana scatenato da una frangia più facinorosa e minoritaria, si snoda senza particolari intoppi, a parte qualche fumogeno, qualche uscita sopra le righe e l'odore di cannabis che si sprigiona da qualche capannello. Ci sono diversi volti noti della politica, fra cui Andrea Di Lenardo (capogruppo di Avs e Possibile in Comune), Raffaella Barbieri e Francesca Druetti di Possibile, gli assessori comunali Federico Pirone e Arianna Facchini, i consiglieri regionali Furio Honsell e Francesco Martines. «Udine ha deciso da che parte stare», urlano i manifestanti
















