Il ministero dell’Istruzione ha 60 giorni di tempo per caricare 500 euro sulla Carta del docente a centinaia di precari pugliesi, ai quali negli anni scorsi era stata negata. Il Tar di Bari ha imposto l’immediata esecutività delle sentenze emesse tra il 2022 e il 2025 da diversi giudici del lavoro (che davano ragione agli insegnanti) e trasmesso gli atti alla Corte dei conti, nella convinzione che l’inottemperanza del ministero a quelle sentenze — e la conseguente necessità per le persone interessate di fare ricorso ai giudici amministrativi — abbia determinato un danno erariale, a causa delle ulteriori spese legali che lo Stato dovrà pagare ai ricorrenti.

Uno degli ultimi casi baresi riguarda il ricorso presentato al Tar dagli avvocati Vincenzo Augusto, Roberto D’Addabbo e Laura La Selva per conto di 26 insegnanti. La causa è stata discussa nello scorso maggio e la sentenza pubblicata a fine settembre, insieme con molte altre identiche sia nei contenuti sia nella decisione. Il caso è esemplare, perché lo stesso problema ha riguardato supplenti (anche annuali) in servizio in tutta Italia, considerato che fino allo scorso anno la Carta, che mette a disposizione un budget da destinare a formazione e cultura, era destinata esclusivamente al personale di ruolo nella scuola. Nella legge istitutiva del 2015 era specificato che «al fine di sostenere la formazione continua dei docenti e di valorizzarne le competenze professionali è istituita la Carta elettronica, che può essere utilizzata per l’acquisto di libri e testi, anche in formato digitale, di pubblicazioni e riviste, per l’acquisto di hardware e software, per l’iscrizione a corsi di aggiornamento». Era inoltre chiarito che «la formazione in servizio dei docenti di ruolo è obbligatoria, permanente e strutturale». Proprio tale passaggio avrebbe concretizzato una sperequazione tra docenti di ruolo e supplenti. Insegnanti che in realtà svolgono tutti la stessa professione, è stato evidenziato nelle centinaia di cause intentate davanti ai giudici del lavoro, indipendentemente dal fatto che gli incarichi siano a tempo determinato o meno.