Leonard Bernstein non è stato semplicemente un direttore d’orchestra, un vero, carismatico direttore d’orchestra: è stato un musicista completo, come egli amava ricordare, un compositore e, soprattutto, un insegnante. Come tutti i grandi, non ha mai cessato di imparare, e di insegnare. Come tutti i grandi ha raggiunto un terzo stile, o stile ultimo, trasparente, essenziale, profondo e analitico, senza perdere la brillantezza dello smalto, proprio perché non aveva mai smesso di imparare.

Per questo tipo di persone, di intellettuali, ci si passi il termine abusato, la vecchiezza non arriva mai; il loro late style non ha nulla a che vedere con l’aggettivo senile nell’accezione comune: è una capacità di distillare gli elementi emotivi, e anche tutto il bagaglio tecnico appreso, in una sorta di predominio dell’intelligenza, cosicché la comunicazione avviene per sintesi immediate, fulminanti, e con una precisione di scelte e di decisioni la cui apparente semplicità è solo il segno di un lavoro stalattitico nascosto, quasi dimenticato.

Bernstein, come tutti i musicisti dei nostri giorni, si è trovato a lavorare in un'epoca in cui il linguaggio musicale, dal punto di vista creativo, è sostanzialmente morto. Si è trovato a vivere la contraddizione di una condizione creativa nella quale i materiali non sono più in uso; e il cui splendore cresce a mano a mano che ci si allontana nel passato. Egli ebbe a rilevare, con un certo rammarico, che la nostra è l’unica epoca condannata ad operare dal punto di vista musicale, unicamente con il repertorio di quelle che la hanno preceduta.