“Non si può parlare di musica senza parlare del mondo”. A dirlo era Luciano Berio. E a farlo, con la stessa naturalezza con cui un bambino passa dal disegno al racconto, è stata tutta la sua opera. A cento anni dalla nascita, il compositore italiano torna protagonista delle stagioni sinfoniche con le sue composizioni: un omaggio diffuso in Italia e all’estero, finalmente degno di uno degli artisti più visionari del Novecento. Eppure Berio è ancora, per molti, un nome da dizionario. Uno di quelli associati alla “musica difficile”, alle avanguardie musicali del Novecento, ai “rumori”. Ma dietro le etichette c’è molto di più: c’è un’idea di musica come atto politico, antropologico, linguistico. Un modo per dare forma al caos senza mai smettere di ascoltarlo.

La ricerca musicale di Berio si è sempre distinta per l’equilibrio tra una profonda conoscenza della tradizione e una costante apertura alla sperimentazione di nuovi linguaggi espressivi. Nelle sue varie fasi creative ha sempre cercato di mettere in relazione la musica con vari campi del sapere umanistico: la poesia, il teatro, la linguistica, l’antropologia, l’architettura. Ha esplorato il grande patrimonio della musica occidentale nelle sue rivisitazioni di Claudio Monteverdi (Il Combattimento di Tancredi e Clorinda), Johann Sebastian Bach (Contrapunctus XIX), Luigi Boccherini (Ritirata notturna di Madrid), Wolfgang Amadeus Mozart (Vor, während, nach Zaide), Franz Schubert (Rendering), Giacomo Puccini (il Finale di Turandot) e altri ancora. L’ideale di far convivere le diverse dimensioni e tradizioni delle nostre civiltà si manifesta inoltre in lavori quali Sinfonia (1968), Coro (1975-76) e Ofanìm (1988-92): quest’ultimo, in particolare, prepara il terreno ai suoi due ultimi lavori teatrali. Ed è proprio il teatro musicale a costituire un nodo fondamentale della ricerca e della poetica di Berio. Dopo i primi lavori scenici degli anni Cinquanta e Sessanta (Allez-Hop su libretto di Italo Calvino e Passaggio su testo di Edoardo Sanguineti), egli approda nel decennio successivo alla sua prima “azione musicale” in più atti su testi propri con Opera (1969-70/1977). Seguono La vera storia (1980) e Un re in ascolto (1983) su testo ancora di Calvino, Outis (1996) su libretto di Dario Del Corno e Cronaca del Luogo (1999) su testo di Talia Pecker Berio. Menzione a sé merita A-ronne (1974-75), documentario radiofonico per cinque attori (elaborato nel 1975 per 8 voci) su testo di Sanguineti, punto di approdo delle sperimentazioni radiofoniche condotte da Berio fin dagli anni Cinquanta.