Palestrina, chi fu costui? Verrebbe da parafrasare Don Abbondio, perché oggi il nome del più grande compositore di musica sacra dell’Occidente suona, se suona, come un’eco lontana. Eppure ricorrono nel 2025 i cinquecento anni dalla sua nascita: un anniversario colossale, che in altri Paesi sarebbe celebrato con altari sonori, mostre nazionali, edizioni commemorative. In Italia? Poco o nulla. Giovanni Pierluigi da Palestrina, nato appunto nel 1525 nella cittadina laziale da cui prese il nome, è una colonna fondante della civiltà musicale europea. Non uno fra tanti, ma l’autore che, più di ogni altro, ha scolpito nella musica la spiritualità cattolica del suo tempo, lasciando un’eredità tanto vasta quanto trascurata. Fu il Bach del Rinascimento, l’architetto del suono sacro e quando Mozart ascoltò la sua Missa Papae Marcelli, disse che era «il modello della vera musica religiosa». Wagner lo venerava.

Eppure oggi, nella patria di Guido d’Arezzo e del Belcanto, nelle chiese italiane si ascoltano chitarre, bonghi, tastiere elettroniche ma non si ascolta più Palestrina. Lo ha detto, infervorandosi, anche il maestro Riccardo Muti, con la sua consueta chiarezza e amarezza: «La musica sacra italiana è stata sostituita da canzoncine da balera religiosa». E ha perfettamente ragione. Basta accendere Radio Maria durante una messa per udire cori da campo estivo, melodie da campeggio spirituale, con testi appiccicosi e accordi da falò. Persino durante il Giubileo, si canta tanto ma si ascolta poco e la grande musica liturgica italiana – quella vera, quella scritta per l’eternità –viene sistematicamente ignorata. Sarebbe come celebrare Dante leggendo le filastrocche. Ma chi era, davvero, Palestrina?