Che Brian Wilson ci lasci ad 82 anni nell’epoca del dominio dell’Auto-Tune è come veder demolire improvvisamente una Spider Alfa Romeo del ’66 e poi girare dandosi arie su una Smart. Genio introverso e instabile, cantautore rivoluzionario e cocciuto, artista libero e instancabile, Wilson è stato tutto fuorché un’icona spettacolare della musica. Per questo nella storia degli show, dei live, poi dei video, non c’è mai un’esplosione di visibilità nella sua presenza in scena. Del resto i Beach boys salivano sul palco sempre in una trentina e Mike Love, con quella sua vocina e movenza da crooner infeltrito, accentrava sguardi e camiciole hawaiane, mentre Carl, il fratello di Brian, negli anni divenne un po’ il Paul McCartney dell’era barbuta ’68-’70. Insomma, che Brian ci fosse o non ci fosse dal vivo non se ne accorgeva nessuno. Invece, fosse mancato a livello compositivo i Beach boys non sarebbero esistiti. Capiamoci. Qui si parla di una storia musicale davvero controcorrente.

Una band giovanissima che sfonda pesantemente con il surf rock, che anticipa i Beatles nella loro barbara e ammaliante calata in terra americana, che potrebbe permettersi di dire ad Elvis di farsi cortesemente di lato, ma che in fondo si accoda al suo creatore/distruttore e all’improvviso in pieni anni sessanta con mezzo mondo ai propri piedi cambia rotta incidendo Pet Sounds (1966), un delirio creativo tutto frutto della millimetrica testardaggine di Brian Wilson e, in minima parte, di un paroliere come Tony Asher. Peraltro Wilson andava in giro sostenendo di “sentire delle voci nella testa”. E meno male. Perché quella che poi gli verrà diagnosticata a livello psichiatrico in mille modi tra la schizofrenia e il disturbo bipolare, a livello biologico concretamente tra l’acufene e una sordità conclamata all’orecchio destro, sarà per Wilson una sorta di frusta, di sprono ad una attività indefessa, quasi autistica, che lo porterà a sperimentare, a imporre, a tradire, a trasformare il modo di comporre la musica leggera.