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L'odio per Israele è il termometro del declino occidentale
C'è un libro che va letto oggi, proprio oggi a pochi giorni dall'anniversario del 7 ottobre, quando la parola «Israele» scatena urla, striscioni, indignazioni prefabbricate e un moralismo a senso unico. Si chiama Maledetto Israele! di Niram Ferretti. E no, non è un pamphlet ideologico: è un atto di disobbedienza intellettuale. Fresco di stampa, con una preziosa introduzione di Giuliano Ferrara.
Ferretti scava nel cuore del nuovo conformismo occidentale, quello che ha sostituito il vecchio antisemitismo con una forma più raffinata: l'odio legittimato contro lo Stato ebraico. Non servono più le svastiche, bastano i talk show, i titoli dei giornali, i cortei con la kefiah. Israele è diventato il nemico perfetto: piccolo, efficiente, occidentale e soprattutto vincente. Ferretti dimostra, come in un perfetto capovolgimento dei ruoli, Tel Aviv da vittima si trasformi sempre in carnefice. È sempre successo così, è un'accusa antica, che li perseguita almeno dal Medioevo. L'autore racconta questa crociata con lucidità chirurgica. Mostra come l'opinione pubblica europea, intrisa di sensi di colpa e di terzomondismo, si sia inventata un nuovo oppresso a cui inchinarsi e un nuovo oppressore da demonizzare. La realtà non interessa: interessa la narrazione. Israele deve essere «maledetto» perché serve un capro espiatorio per le nevrosi dell'Occidente.






