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Il presidente Usa ritorna alla tradizione del repubblicanesimo neoconservatore: la sopravvivenza di Israele è un simbolo e un pilastro per la libertà globale

L'intervento americano in Iran segna un punto di svolta nella postura internazionale dell'amministrazione Trump. Resta da vedere quanto questo cambiamento sarà profondo e duraturo. Tuttavia, considerando che da quasi sei mesi ci interroghiamo incessantemente sull'atteggiamento che gli Stati Uniti intendono adottare nel nuovo (dis)ordine mondiale, sui loro rapporti con l'Europa e sulla loro disponibilità a guidare e difendere l'Occidente, non possiamo certo ignorare quest'ultima piega degli eventi.

In una lettura storica, il trumpismo ci è apparso finora come l'ultima e più feroce reazione dell'America profonda al fallimento dei tentativi, condotti dopo la fine della Guerra Fredda, di rimodellare il mondo a immagine e somiglianza degli Stati Uniti. Una reazione non del tutto ingiustificata, per altro. L'espansione del modello americano avrebbe dovuto avvenire in modo pacifico e spontaneo negli anni Novanta; in seguito, dopo l'11 settembre 2001, essere rafforzata da un uso benigno della forza militare. In entrambi i casi si trattava, semplificando molto, di esportare in ogni angolo del Pianeta la democrazia liberale e l'economia capitalistica. Il fallimento di questa missione aveva già indotto gli americani a suonare la ritirata vari anni prima dell'avvento di Trump.