Com’era necessario e come l’ordine naturale delle priorità imponeva, qui su Libero ci siamo occupati a lungo, nei giorni e nelle settimane passate, dei manifestanti che - per comodità e rapidità - potremmo definire “in malafede”: mi riferisco ai violenti, ai portatori di slogan apertamente antisemiti, più il contorno di politici e sindacalisti pronti cinicamente a strumentalizzare la protesta, a soffiare sul fuoco, a sperare - in ultima analisi - di alimentare un caos da scaraventare addosso al governo.

Ma adesso è venuto il momento, a mente fredda, di dedicarci all’esercizio più delicato e doloroso, quello relativo ai manifestanti che potremmo senza timori considerare “in buona fede”, quelli cioè che si sono fatti coinvolgere emotivamente dalle innegabili sofferenze a cui tutti assistevamo da Gaza, ma che non hanno avuto (né si sono troppo preoccupati di procurarsi) gli strumenti per capire bene. Per capire - intendo - che era in primo luogo ad Hamas che occorreva attribuire la responsabilità di quei lutti. E che, anziché focalizzare la propria ostilità contro Israele, si trattava di fare esattamente l’opposto: isolare i terroristi per indurli alla resa. Si tratta di ciò su cui si sono concentrati Netanyahu (militarmente) e Trump (diplomaticamente), cogliendo il risultato prezioso della tregua. Ma questo è ormai chiaro, almeno a noi.