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Ultimo aggiornamento: 8:00

In copertina c’è un barbiere, ma sembra uscito da un incubo di Cronenberg più che da un salone di quartiere. Le sue forbici non servono a sistemare i capelli, servono a tagliare via la parte indomabile, quella che ancora pensa. È il nuovo sacerdote del controllo, un piccolo dio del conformismo. I NIMBY, invece, sono quelli che scappano dalla poltrona, lasciano metà testa rasata e vanno a suonare fuori, dove le regole non arrivano. Barbarie è il loro nuovo disco, “e non è una denuncia: è un atto di resistenza nel silenzio del mondo che si arrende”.

Sono in giro da 16 anni, ma non hanno mai smesso di vivere come se fosse il loro primo concerto. “Non ci chiediamo quale sia stato il nostro punto più alto – dicono – ci basta continuare a esserci. Per noi è importante suonare, creare, provare a decodificare il mondo con sincerità. Viviamo un’epoca di crisi delle intenzioni artistiche, e fare musica con onestà oggi significa essere, volenti o nolenti, militanti. Non per ideologia, ma per difendere un’idea di arte libera, capace di generare pensiero critico”.

C’è qualcosa di eroico in questa modestia: un’etica sotterranea… la fedeltà dei cani randagi. Hanno attraversato festival, aperture, centri sociali, teatri, e ora tornano con un disco che sembra scritto da chi ha guardato troppo a lungo nel buio e ha deciso di restituirgli il favore. Barbarie nasce nel tempo sospeso della pandemia, quando il mondo si è fermato ma la mente no. È figlio del disincanto, della Calabria, la loro terra d’origine, e di tutte le periferie mentali d’Italia.