È la storia di coloro che «van por lana y vuelven tresquilados», vanno per tosare e tornano tosati, e il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, in continua lotta contro la realtà, è la loro metafora. Ieri mattina a Montecitorio, con la votazione che ha negato l’autorizzazione a procedere per i ministri Piantedosi e Nordio e il sottosegretario Mantovano, è stato scritto un nuovo capitolo. La trama, a suo modo, è semplice. La sinistra italiana non ha un argomento forte contro il governo. Ne ha tanti d’impatto medio e piccolo, però, e se per ognuno di essi le cose andassero come sperano Elly Schlein, Giuseppe Conte e gli altri, l’effetto a palazzo Chigi si avvertirebbe eccome. Una raffica di colpi può fare più danno di una palla di cannone.
Così hanno preparato la loro artiglieria. La spallata della magistratura italiana e internazionale, con la premier e due ministri denunciati alla Corte dell’Aja per concorso in genocidio, il richiamo quotidiano alla piazza pro-Gaza, le elezioni regionali, gli ostacoli frapposti dai giudici alla politica dell’immigrazione, la tenuta dei conti pubblici: nessuno di questi strumenti è decisivo, ma insieme possono logorare una coalizione che governa da tre anni. È persino normale che accada, come mostra la storia repubblicana. Cominciarono così le parabole discendenti dei governi di Silvio Berlusconi. Il momento culminante avrebbe dovuto essere «l’autunno di lotta e di piazze» che ad agosto Schlein aveva annunciato a Repubblica. Quello in cui «tutte le forze alternative alla destra» avrebbero dimostrato di poter vincere in ogni regione contesa, o almeno nell’«Ohio» delle Marche. Il «lungo autunno giudiziario» che secondo Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti, si sarebbe rivelato «una via crucis per la premier». Quando il momento è arrivato, però, nessuna di quelle pallottole è andata a segno. Anzi, quelle che avrebbero dovuto fare più male hanno colpito chi le aveva sparate.







