Icapelli ricci e scuri che gli cadono sul viso non nascondono la luce dei suoi occhi. Fuad Alymani parla e spiega con lo sguardo attento, ma non sorride mai. Lo fa una volta soltanto, a lungo e con gusto quando risponde all’ultima domanda: «Meglio Leonardo o Caravaggio?». «Da Vinci», dice secco lui mentre gli angoli della bocca quasi raggiungono le orecchie. Per il resto dell’intervista la sua espressione resta seria, densa, cupa.
Alymani ha 29 anni, è di origini yemenite ed è nato a Ramallah, in Cisgiordania. Dopo essersi laureato in arte Contemporanea, ha vissuto e insegnato all’Università Konstfack in Svezia. Ha esposto le sue opere in numerose mostre, al Cairo, a Bratislava, in Slovacchia, a Dubai, Praga, Washington e Madrid. Ha ottenuto riconoscimenti internazionali e, da due anni, porta avanti un progetto artistico che lo fa muovere tra Praga, dove vive, e la Palestina. Fuad Alymani trasferisce le immagini di morte che giungono dalla sua terra, e che noi vediamo al telegiornale e sui siti d’informazione, su fogli da disegno.« Lo so, - dice - non ferma le bombe, non cura i feriti né sfama gli affamati: ma l’arte dà voce a chi soffre e io, con l’arte, denuncio il genocidio in Palestina». Quotidianamente, come in una diretta streaming, Alymani racconta lo sterminio di donne e bambini con matite e colori. Il fondo dei suoi lavori è a metà strada tra il rosso e l’arancione. Una tonalità simbolo di sangue, devastazione. Disperazione. Alcune delle sue opere si potranno vedere alla Fondazione Mamre, “Falastin Hurra” di cui l’illustratore e street artist è ospite la sera dell’inaugurazione, venerdì 10 ottobre.







