Nel sud della Striscia di Gaza, un cavalletto da pittore poggia sulle macerie degli edifici, tra la povere e i segni della distruzione. Una ragazza disegna quella che è diventata la sua quotidianità: volti emaciati, occhi spalancati nel buio, madri che stringono i loro figli ridotti a scheletri, anziani seduti sulle macerie. Ogni tratto è nero, ogni figura sembra emergere da una nuvola di fumo.

Questa ragazza si chiama Ragde Sheikh al-Eid. Costretta a fuggire da Rafah a causa degli intensi bombardamenti israeliani, Sheikh al-Eid ha trovato rifugio a Khan Younis, e poi nella zona costiera di al-Mawasi, una delle ultime aree considerate relativamente sicure nella Striscia. Sheikh al-Eid è un’artista che ha perso tutto: la casa, il laboratorio, le sue tele, i colori. Senza pennelli, senza inchiostri, ha trovato la sua nuova materia prima nelle ceneri del quotidiano. Letteralmente. Sheikh al-Eid usa la fuliggine delle pentole, raccolta dopo le cotture comunitarie, e la stende sui fogli con le dita o con piccoli pennelli. È l’unico mezzo che le è rimasto per imprimere su carta quello che non scomparirà mai dalla sua memoria e da quella di un intero popolo.

L’appello di Ghali ai colleghi: “Non possiamo tacere su Gaza. I grandi passi si fanno insieme”